Bentornati nel mio, ormai ricorrente, piccolo angolo di autoanalisi finanziaria. Considerata la mia lunga assenza da questo blog non vi stupirà sapere che il mio interesse in questo blog è stato abbastanza altalenante nell’ultimo periodo.
Ora mi ritrovo scegliere se portare avanti questa micro tradizione del mio blog, il Financial Update e mi rendo conto che non trovo più interessante procedere esponendo metriche e numeri come fatto fino ad ora.
Per convincermi a pubblicare qualcosa mi sono concesso di andare a modificare il format, almeno per questa edizione.
Per anni ho trattato questi aggiornamenti in modo estremamente rigido: saving rate, patrimonio netto, quota investita, fondo pensione, obiettivi annuali. Tutto molto ordinato, molto misurabile, molto noioso per la maggior parte delle persone. Mi andava benissimo così, non avevo la pretesa di creare un contenuto interessante, ma solo di crearlo con costanza ogni 4 mesi.
La mia vita finanziaria, nel frattempo, ha smesso di essere ordinata come appariva dal Financial Update e non trovo più il valore nel riproporre lo stesso modello.
Quello che segue è quindi un aggiornamento “quadrimestrale” nella forma di riflessioni su alcuni punti chiave della mia Finanza personale che trovo meritino un approfondimento
1. Lifestyle inflation
Il primo elemento che merita sicuramente un approfondimento è l’enorme aumento del mio costo della vita, cresciuto di circa il 100% tra il 2023 e il 2025.
Questa crescita verticale delle spese ha avuto un impatto inevitabile anche sul saving rate: nel 2024 era intorno al 60%, nel 2025 è sceso al 51%, e nei primi quattro mesi del 2026 sono arrivato al 35%.
In teoria, un raddoppio del costo della vita non sarebbe necessariamente un problema se il saving rate rimanesse stabile. In questo caso, però, non è andata così: le spese sono cresciute più velocemente dei guadagni.
Se mi lamentassi di un saving rate del 35%, sono certo che molte persone meno fortunate di me mi manderebbero giustamente a quel paese. E probabilmente avrebbero ragione.
Il punto, però, non è semplicemente che oggi spendo di più. Il vero problema è che la mia situazione è diventata molto più fragile. Basta un rallentamento del reddito, anche temporaneo, per mettere sotto pressione la struttura che fino a poco tempo fa percepivo come estremamente solida.
Quello che mi spaventa davvero è il pensiero che, in futuro, questo nuovo livello di spesa possa impedirmi di scegliere un lavoro con ritmi più umani ma con una retribuzione inferiore. Ho sempre avuto la sensazione del burnout dietro l’angolo; sapere di avere meno margine di manovra per cambiare strada non mi rende particolarmente sereno.
In altre parole, la lifestyle inflation non mi preoccupa perché “spendo troppo”, anche perché quello che effettivamente spendo non va in lusso ma in basic necessities. Mi preoccupa perché ogni variazione nel rapporto tra entrate e uscite ha un impatto enorme sia sulla velocità con cui riesco a investire, sulla stabilità complessiva della mia posizione finanziaria e infine sulla libertà di scelta e manovra dovessi voler decidere di cambiare qualcosa della mia vita professionale.
2. Il fondo di emergenza oggi è rimasto zoppo
Il secondo tema è una conseguenza diretta del primo.
Per anni ho considerato il fondo di emergenza uno scudo davvero affidabile. Fin dall’inizio l’ho sempre dimensionato per coprire circa un anno di spese essenziali. Non è mai stato un patrimonio enorme, ma aveva il potere di farmi sentire al sicuro: abbastanza solido da assorbire un colpo e trasformare una crisi in un problema gestibile.
Oggi, però, quella sensazione si è inevitabilmente indebolita considerando che con l’aumento del costo della vita, i circa 9.000 euro che avevo accantonato non sarebbero più sufficienti nemmeno a coprire sei mesi di spese. Certo, potrei stringere la cinghia, tagliare qualcosa, ridurre temporaneamente il mio tenore di vita. Ma il senso stesso del fondo di emergenza era proprio evitare di doverlo fare subito: concedermi abbastanza tempo e stabilità per trovare una soluzione alternativa senza entrare immediatamente in modalità sopravvivenza.
Se, per far funzionare il fondo, devo accettare in partenza di ridurre drasticamente le spese in caso di emergenza, allora è evidente che una parte del suo obiettivo non viene più soddisfatta.
Nel 2025 ho consumato circa 18.000 euro: questo significa che, per riportare il fondo a un livello coerente con il suo scopo originale, dovrei probabilmente portarlo dagli attuali 9.000 a 12-15.000 euro. E anche così resterei comunque scoperto di qualche migliaio di euro rispetto alla copertura che avevo costruito negli anni precedenti.
3. La prima vera milestone di cui si sente parlare
Tra tutti i punti trattati, questa è probabilmente l’unica vera buona notizia che valeva la pena condividere.
Il piano di investimento che ho iniziato un paio di anni fa sta crescendo rapidamente e oggi sfiora i 50.000 euro. Di questi, 39,5k sono investiti in ETF tramite il mio broker, mentre altri 8,5k si trovano nel fondo pensione aperto nel 2024.
Cinquantamila euro non sono ancora “ricchezza” in senso assoluto, né tantomeno indipendenza finanziaria. Rimangono però una cifra che, se comparisse improvvisamente sul conto corrente di un mio coetaneo, avrebbe il potenziale di cambiargli concretamente la vita. Non a caso, quella dei 50k è una milestone di cui si parla spesso nel mondo della personal finance, quasi una sorta di primo traguardo psicologico. La sorella maggiore, ovviamente, resta quella dei 100k, ma anche attorno ai 50k esiste una narrativa molto condivisa tra divulgatori ed esperti del settore.
È anche il primo momento in cui si inizia davvero a percepire la forza della costanza. Per anni investi somme che sembrano piccole e immobili, poi improvvisamente il capitale accumulato raggiunge una dimensione tale da iniziare a produrre risultati visibili anche da solo.
È qui che l’interesse composto smette di essere un grafico teorico visto su YouTube e inizia a diventare qualcosa di tangibile. Un rendimento annuo dell’8%, a questi volumi, significherebbe circa 4.000 euro l’anno: non una cifra tale da stravolgere la vita, ma comunque ben più di una mensilità netta nel mio caso. Una sorta di quattordicesima che mi sono auto-costruito.
Raggiungere questa milestone mi ha anche fatto nascere un dubbio che prima non avevo mai considerato seriamente: ha ancora senso concentrare tutto il patrimonio sul mio storico broker oppure, superata una certa soglia, diventa più razionale distribuire gli investimenti su due piattaforme diverse?
Non tanto per paura di perdere i titoli, che teoricamente rimangono segregati, quanto per limitare eventuali problemi operativi, blocchi o perdite temporanee di accesso.
Su questo punto, però, sono davvero curioso di sentire l’opinione del subreddit r/ItaliaPersonalFinance: probabilmente ritroverete lì questa stessa domanda.
4. Il FIRE che si allontana
Per molto tempo il mio FIRE number si collocava tra i 300 e i 400 mila euro. Poi è salito a 600k. Oggi, guardando le proiezioni basate sui dati degli ultimi mesi, sembra avvicinarsi addirittura ai 750k.
Settecentocinquantamila euro. Siamo impazziti.
Perché arriva un momento in cui il problema non è più soltanto “quanto mi manca”, ma il fatto che la cifra stessa inizi a sembrare sproporzionata rispetto alla traiettoria reale della propria vita e crescita finanziaria. Cresce più velocemente di quanto uno riesca a rincorrerla. E più cresce, più il traguardo sembra allontanarsi.
Qui devo essere onesto: questa cosa mi sconforta abbastanza.
Per anni il FIRE ha rappresentato, nel mio immaginario, una via d’uscita elegante. L’idea di potersi liberare presto, interrompendo il ciclo lavoro-consumo-sopravvivenza prima che diventasse una gabbia permanente. Oggi, invece, mi appare sempre meno come una concreta possibilità di early retirement e sempre più come un riferimento teorico: utile per orientarsi, ma difficile da trasformare in un obiettivo realistico se vivi in Italia.
Anche per questo sto iniziando a guardare con molto più interesse al concetto di Coast FIRE.
In fondo, è sempre stata la versione che mi sembrava più sostenibile e più umana: continuare a lavorare, ma senza l’ossessione di dover ottimizzare ogni singola scelta; costruire un capitale sufficiente a lasciare che, col tempo, faccia parte del lavoro al posto mio; smettere di vivere con l’idea che ogni decisione debba essere sacrificata in funzione di un unico grande traguardo finale.
E dentro questa visione potrebbero trovare spazio anche dei periodi di Mini-Retirement.
L’idea di prendermi, in alcuni momenti della vita, mesi di pausa per respirare, ricalibrarmi, vivere con ritmi diversi o semplicemente uscire temporaneamente dalla macchina produttiva non mi sembra poi così distante da quello che immaginavo fosse il FIRE all’inizio. Forse non sarebbe una fuga definitiva dal lavoro, ma potrebbe comunque rappresentare una forma concreta di libertà distribuita lungo il percorso, invece che rimandata tutta alla fine.
Conclusione:
Se c’è una sensazione che accomuna tutti i punti trattati in questo Financial Update è probabilmente una progressiva perdita di entusiasmo verso l’idea “classica” di FIRE che mi aveva accompagnato negli ultimi anni.
Non perché abbia smesso di credere nel valore del risparmio, degli investimenti o dell’indipendenza finanziaria. Il problema è che, facendo due conti più realistici sulla traiettoria della mia vita, il traguardo inizia a sembrare sempre più distante e difficile da raggiungere per un normale lavoratore.
E quando il numero continua a crescere più velocemente della tua capacità di rincorrerlo, inevitabilmente inizi a chiederti quanto senso abbia sacrificare serenità, energie e sonno dietro a una battaglia che rischia di essere semplicemente impossibile da vincere.
Vedremo come mi sentirò nei prossimi mesi, quali di queste riflessioni rimarranno e quali invece appartengono solo a questa fase. Vedremo anche che forma prenderà il prossimo Financial Update: se tornerà a essere il vecchio insieme ordinato di numeri e metriche oppure continuerà a evolversi in qualcosa di più personale e meno schematico.
See you!




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